Mafia, politica e mercato del lavoro in Sicilia

16 Mag

Umberto Santino


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A Cinisi durante il Forum antimafia abbiamo intervistato Umberto Santino, fondatore e direttore del Centro siciliano di documentazione, il primo centro studi sulla mafia e su altre forme di criminalità organizzata sorto in Italia (1977), successivamente intitolato a Giuseppe Impastato è stato docente universitario a contratto e autore di molti apprezzati saggi, tra cui: L’omicidio mafioso (1989), L’impresa mafiosa (1990), e di testi satirici e letterari come Una modesta proposta per pacificare la città di Palermo (1985).

INTERVISTA di Massimo Malerba

Mafia e mercato del lavoro. Qual è il contributo che quest’intreccio offre per la produzione e il consolidamento del consenso elettorale e per la formazione delle classe politica in Sicilia più in generale?

Il consenso nei confronti del fenomeno mafioso e più in generale per le pratiche di illegalità è collegato alla scarsa consistenza del mercato del lavoro legale, che offre esigue possibilità di occupazione e di percezione di reddito. Secondo i dati più recenti nel 2008 la disoccupazione in Sicilia è stata del 13,8 per cento, 11,9 per i maschi e 17,3 per le femmine. La disoccupazione giovanile raggiunge cifre molto più alte, il doppio o quasi. Ma bisogna tener conto che molti non si presentano sul mercato del lavoro perché non hanno speranze di trovare occupazione e sono risucchiati dal lavoro nero e sommerso. In questo quadro la raccomandazione è indispensabile per trovare qualcosa da fare e con cui vivere. L’immigrazione è venuta a integrare questo quadro incrementando le varie forme di lavoro nero e agendo da meccanismo di ristrutturazione dell’intero mercato del lavoro. Un immigrato lavora, se riesce a lavorare, a basso costo e senza diritti e ciò non può non avere conseguenze sulle dinamiche complessive dell’offerta di lavoro. Oggi se vuoi avere un qualsiasi lavoro devi accettare condizioni che prima sembravano impensabili. Non per caso si parla di ristabilire le gabbie salariali, abolite dopo l’eccidio dei lavoratori di Avola nel 1968.

La mafia con le sua attività illegali garantisce la spartizione di quote di reddito e gestisce anche attività formalmente legali, con gli appalti e subappalti, presentandosi come canale di mobilità sociale e dispensatrice di reddito e di occasioni di impiego. La visione di una mafia solo parassitaria e predatrice (che si limita ad esercitare quella che chiamo signoria territoriale, attraverso le estorsioni, una forma di sovranità criminale sul territorio tendenzialmente o effettualmente totalitaria, che controlla sia le attività economiche che i rapporti interpersonali) coglie solo una parte del fenomeno mafioso che negli ultimi tempi ha sviluppato soprattutto la sua funzione finanziaria di macchina che accumula grandi capitali attraverso i traffici illegali che solo in parte vengono investiti in attività produttive mentre il grosso fluisce sul mercato illegale e speculativo.
Lo stesso discorso può farsi per tutto il Mezzogiorno, che presenta un tasso di disoccupazione del 12 per cento, mentre per il Nord-Centro il tasso è del 4,5 per cento e in tutta l’Italia del 6,7 per cento.
In un’economia legale strutturalmente fragile e inadeguata, mafia, ‘ndrangheta e camorra così sono viste come il potere reale, come benefattrici e come spazi di socializzazione più credibili di quelli legali.
Le classi dominanti siciliane e meridionali in buona parte coincidono con le organizzazioni criminali, o attraverso l’affiliazione formale e la cointeressenza o perché condividono il codice culturale fondato sulla concezione dell’illegalità come risorsa e dell’impunità come status symbol. Ma questo vale ormai per tutta l’Italia. Il berlusconismo teorizza e pratica la privatizzazione del diritto, con la legislazione a tutela di interessi personali e con la ricerca dell’impunità con tutti mezzi e a ogni costo, con la violazione permanente di principi fondamentali della Costituzione come l’eguaglianza e con la legittimazione di una costituzione materiale antitetica rispetto a quella formale. Il problema è che Berlusconi e Bossi mietono voti perché buona parte del popolo italiano si riconosce in essi. Il che significa che l’Italia è un Paese a democrazia fragile e limitata.

Oggi, attraverso quali nuove identità sociali politiche e produttive si ricompone quel blocco che nella sua analisi lei identifica come la borghesia mafiosa?

Il blocco sociale è più ampio di quella che chiamo borghesia mafiosa e comprende anche gli strati popolari che direttamente o indirettamente vivono di illegalità. C’è un’economia reale che sostiene la mafia, le mafie, e c’è una cultura dell’illegalità che è più diffusa di quella della legalità. Le identità sono quelle storiche: professionisti, imprenditori, rappresentanti della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni. Ovviamente all’interno di esse si intrecciano continuità e innovazioni. Tra i professionisti ci sono sempre avvocati e medici, che spesso figurano tra gli affiliati e alcuni sono stati e sono capimafia, ad essi si sono affiancati tecnici del riciclaggio e di informatica. Il personale amministrativo e politico si modella a seconda delle trasformazioni nel contesto della gestione del potere. Prima il quadro era dominato dai partiti reggitori del governo e del sottogoverno, oggi dominano i partiti personalizzati, vere e proprie corti di fedeli di un potere feudalizzato. La mafia ha mostrato di saper coniugare rigidità formali ed elasticità di fatto che le hanno permesso di adeguarsi ai mutamenti del contesto. Questa capacità di inserirsi in nuovi spazi, nuovi terreni, dipende più che da padrini semianalfabeti, come Riina e Provenzano, dai soggetti definibili come borghesia mafiosa che indicano le strategie di interazione con il quadro complessivo e progettano le alleanze con i nuovi detentori del potere. Che possono passare anche attraverso l’eliminazione fisica di chi si oppone a questi rapporti. Non è un caso che per i delitti e le stragi politico-mafiosi non si riesce a trovare i mandanti esterni a Cosa nostra. E’ più facile colpire i mafiosi dell’ala militare che perseguire la borghesia mafiosa. I processi per concorso esterno, spesso conclusi con assoluzioni, lo dimostrano.

Restituire al lavoro in Sicilia il suo valore di promozione sociale e liberarlo dal ricatto delle classi dirigenti che lo usano come strumento di controllo del consenso. Un’utopia?

Il lavoro è in crisi non solo in Sicilia, perché l’economia produttrice di beni e servizi è una particella sempre più ridotta dell’economia globale, in larga parte finanziarizzata. La crisi attuale è figlia di questi processi di finanziarizzazione che
dominano il quadro economico e, per l’opacità strutturale del circuito finanziario, rendono possibile la fusione tra flussi legali e illegali di capitale. E’ difficile contrastare questi processi che tendono all’auto valorizzazione del capitale, al di fuori dell’economia produttiva. Il problema è la globalizzazione, criminogena per due aspetti: l’aumento dei divari sociali e degli squilibri territoriali tra aree centrali, una piccola minoranza, e aree periferiche, sempre più ampie; la finanziarizzazione speculativa che rende sempre più difficile la distinguibilità dei flussi di capitale. In tal modo le mafie allignano tanto nelle periferie, dove l’accumulazione illegale è l’unica risorsa o la più conveniente per la popolazione emarginata dal mercato, che nei centri, dove le centrali finanziarie giocano a mescolare illegale e legale.
La Sicilia e il Mezzogiorno italiano, matrici delle mafie storiche, vivono una situazione di periferizzazione e di desertificazione produttiva e per ridare al lavoro la funzione di promozione sociale bisogna andare controcorrente, mirando per esempio ad organizzare tutto il mondo della disoccupazione, del precariato, dell’immigrazione per farne il soggetto portante di un processo di mutamento. Bisogna ricostruire l’identità del sindacato, che ha ormai esaurito la sua funzione di rappresentante degli interessi di occupati, in numero sempre minore. Il che non significa smettere di lottare per difendere l’occupazione che c’è, ma se si vuole evitare la guerra tra poveri e la frammentazione bisogna sindacalizzare tutti i marginali che altrimenti fungeranno da cavallo di Troia per abolire le conquiste del mondo del lavoro. Per rilanciare il lavoro e crearne di nuovo bisogna sottrarre ai circuiti clientelari le risorse che continuano ad arrivare da varie fonti, tra cui quella dell’Unione europea. Per fare questo occorre una capacità politica che attualmente non c’è. Si mira più a partecipare al banchetto clientelare che ad asciugarne i canali costruendo qualcos’altro. Un esempio: i finanziamenti regionali ad associazioni e centri “antimafia”. Il Centro Impastato chiede da anni una regolazione per legge, con criteri chiari e oggettivi, dell’erogazione di fondi pubblici, ma siamo rimasti isolati, perché altri hanno preferito agganciarsi, con leggine apposite, al sistema di spartizione clientelare. In questo modo l’antimafia diventa retorica e foglia di fico.

Senza il clientelismo potrebbe esistere un fenomeno come quello rappresentato da Lombardo e dal suo movimento?

Il clientelismo è stato il collante della Democrazia cristiana per mezzo secolo, dopo la sconfitta delle lotte contadine, dissoltesi nell’emigrazione, del cuffarismo e del lombardismo. Il guaio è, come dicevo, che il clientelismo è diventato pensiero e prassi unici. Cioè che tutti, più o meno, praticano il clientelismo. In Sicilia la sconfitta nel corso degli anni ”50 delle lotte contadine ha dissanguato le sinistre che da allora sono state minoritarie e da anni fanno la parte del parente povero, non sempre, del sistema clientelare. Anche la corte attuale di esponenti del Pd nei confronti di Lombardo si inscrivono in questa pratica, una tentazione a cui si cede volentieri.

Quali sono, se vi sono, le connessioni tra politica, mafia e mercato del lavoro in Sicilia?

Credo di avere già risposto a questa domanda. In un sistema in cui il denaro pubblico è la fonte principale di reddito, con la superfetazione delle amministrazioni pubbliche e il sostegno alle attività “produttive” attraverso le grandi opere, spesso inutili, anzi dannose, come il Ponte sullo stretto di Messina, la connessione tra politica, mafia e mercato del lavoro dà vita a un mercato drogato, in cui la gestione clientelare delle risorse fa da mastice del blocco sociale a egemonia mafiosa.

Lei ha conosciuto Peppino Impastato. Una foto la ritrae mentre tiene un comizio a Cinisi durante la campagna elettorale del ’78. Perché a 32 anni dalla sua uccisione, Peppino Impastato continua ad essere un importante punto di riferimento delle nuove generazioni?

Conoscevo Peppino, ma ho 9 anni in più di lui, faccio parte di un’altra generazione. Anna, mia moglie, e io siamo stati coinvolti nella sua vicenda dopo l’assassinio. E da allora noi e il Centro non abbiamo cessato un solo giorno di impegnarci per salvarne la memoria da chi lo voleva terrorista e suicida e per pretendere giustizia. E’ stata una battaglia, dura, isolata, ma assieme ai familiari e ad alcuni compagni di Peppino abbiamo vinto su tutti i fronti: quello della memoria, quello della giustizia (anche se tardivamente, Badalamenti e il suo vice sono stati condannati), quello della politica, con la relazione della Commissione parlamentare antimafia sul depistaggio delle indagini ad opera di rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura.
Negli ultimi anni Peppino è conosciuto da tantissimi, credo milioni di persone, attraverso il film che ne ha dato una storia romanzata, presentandolo come il giovane ribelle in una terra desolata. Per noi Peppino è il protagonista, assieme al suo gruppo e a tanti altri, di quella grande stagione di rinnovamento che è stato, o voleva essere, il ’68. La specificità di Peppino, nella lunga storia delle lotte contro la mafie e per la democrazia che comincia con i Fasci siciliani, nell’ultima decade del XIX secolo, prosegue negli anni precedenti il fascismo e culmina negli anni del secondo dopoguerra, con centinaia di morti per mano mafiosa, è di provenire da una famiglia mafiosa e aver cominciato il suo percorso culturale e politico con la rottura con il padre e la parentela. Come vicenda esistenziale è un caso unico. Invece si è imposta la metafora dei cento passi, che vale per milioni di italiani, ma non vale proprio per lui. La mafia in casa mia, infatti, è il titolo del libro in cui Anna e io abbiamo raccolto la storia di vita di Felicia, la madre di Peppino, che ha fatto riaprire le indagini.
Credo che i giovani vedano in Peppino quello che oggi non riescono ad essere, in un contesto profondamente mutato, in peggio: la sua radicalità, la sua complessità che intrecciava attività politiche e culturali, la sua decisione nell’andare controcorrente, l’irriverenza della sua satira e la concretezza del suo linguaggio e della sua azione. Se è così, la figura di Peppino può ancora aiutarci, anche se i tempi in cui viviamo sono peggiori di quelli in cui lui ha vissuto e operato. Allora c’erano ancora scampoli di certezze che nel frattempo si sono scolorite se non cancellate.

2 Risposte to “Mafia, politica e mercato del lavoro in Sicilia”

  1. silvia maggio 16, 2010 a 6:40 pm #

    Bellissima intervista di Massimo Malerba.

  2. Vitaliano Staiano marzo 19, 2012 a 4:35 pm #

    Berlusconi (forse) é andato, ma facciamo gran fatica a lasciarci alle spalle gli anni bui (e troppo lunghi) del berlusconismo e dei suoi deleteri riflessi sulla nostra società, che il Cavaliere – piaccia o no – ha profondamente cambiato.
    Già da tempo é giunta l’ora di una riflessione collettiva e vera che ci induca a pensare finalmente a ciò che é veramente giusto, ad abbandonare l’ottusa contrapposizione duale che ci ha imposto la semplificazione bipolare in Italia, nell’ambito della quale temi come quello dell’immigrazione e della solidarietà sono diventati, tristemente, cinico strumento di consenso e competizioni elettoralistiche.
    Trovo perciò intelligente la riflessione e l’analisi offerte nell’articolo pubblicato al seguente link http://www.orticalab.it/Tornan
    Vi invito a leggerlo ed a diffonderlo, con l’auspicio di contribuire ad una collettiva presa di coscienza

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