L’ultimo spenga le luci – Editoriale di Marco Travaglio del 16 luglio – Anteprima

15 Lug

Gianfranco Rotondi, il ministro con la testa a
kiwi e la delega all’Attuazione del programma
(praticamente un disoccupato), l’aveva detto
dopo le dimissioni di Scajola: “Attenti, si crea
un pericoloso precedente”. Se passa l’idea che un
ministro coinvolto in uno scandalo, tipo che non sa
chi gli ha pagato la casa, si deve dimettere per così
poco, chissà dove si andrà a finire. Non l’hanno
ascoltato. Così, nell’ordine, anzi a trenino, dietro
Scajola han preso la porta anche Brancher (che era
appena entrato) e Cosentino (che, per ovvi motivi,
non voleva uscire). Per i prossimi, Verdini e Caliendo,
è questione di giorni. La decimazione del governo B3
per lo scandalo P3 ricorda il giallo di Agatha Christie
Dieci piccoli indiani. Ma soprattutto il primo governo
Amato, che tra febbraio e marzo del 1993 perse per
strada cinque ministri inquisiti (Martelli, Fontana,
Goria, Reviglio, De Lorenzo), più un sesto (Ripa di
Meana) sdegnato per una simile compagnia.
Dopodiché Amato, rimasto solo, chiuse porte e
finestre, spense le luci e salì al Quirinale per dare le
dimissioni: il suo governo si era trasferito a Palazzo di
Giustizia. In quei mesi B, con la collaborazione di
Dell’Utri e qualche visitina di Mangano, stava creando
Forza Italia per prendere il posto di quella che lui
stesso definì a reti unificate “la vecchia classe politica
travolta dai fatti e superata dai tempi” dopo
l’“autoaffondamento dei vecchi governanti schiacciati
dal peso del debito pubblico e del sistema del
finanziamento illegale dei partiti”. Quindi, con le sue
tv e i suoi giornali, soffiava sul fuoco di quello che oggi
dipinge, sgomento, come “un clima giustizialista e
g iacobino”. Perché oggi tocca a lui. Quando
ammonisce i giudici a lasciar perdere Flavio Carboni
perché “non si arresta un uomo di 78 anni”, sta
pensando a se stesso, che ne ha 74. Silvio e Flavio
sono vecchi compari, anzi confratelli piduisti, han
fatto affari insieme, sono alti un metro e una spanna,
portano tacchi, parrucchino e bypass. Due gemelli:
uno dentro, l’altro ancora a piede libero. Flavio,
parlando astutamente in codice di lui, lo chiamava
“C e s a re ” con un cifrario a metà fra Shakespeare e Totò
& Peppino: “Il dossier è arrivato nella stanza di Cesare,
i tribuni gli hanno già dato la notizia”. Il guaio è che
Cesare, più che il condottiero della campagna di
Gallia, ricorda il Caligola che fece senatore il suo
cavallo (ora però siamo passati ai somari) e il Romolo
Augustolo che accompagnò l’Impero alla
decomposizione definitiva. La banda del buco si sta
disunendo, sente i rintocchi del Dies Irae e si
abbandona a un arraffa-arraffa scomposto, disperato,
da ultime ore di Pompei. Come quelle bande di topi
d’appartamento che, sentendo suonare l’allarme della
casa e in lontananza le sirene della polizia, si
riempiono le tasche con le ultime posate d’argento e
gli ultimi gioielli alla rinfusa prima della fuga. Lui,
Cesare Silviolo, dà una potatina qua e là per tagliare le
mani più prensili e salvare almeno l’argenteria di
famiglia, lui stesso stupefatto dalla rapidità di
apprendimento degli allievi che stanno superando il
maestro. Intanto, sul Corr iere, Massimo Franco spaccia
questa guerra per bande per un’opera di
moralizzazione e si complimenta molto con B. perché
“ha fatto la scelta giusta” scaricando i rapinatori più
smodati con una “decisione saggia” allontanando
un’“immagine di impunità” e il sospetto che “nella
penombra del grande albero berlusconiano si fossero
annidati segmenti di società che usano il governo
come guscio dentro il quale ingrassare i loro comitati
d’af fari”. Ecco, questo no, questo mai: sospettare che
qualcuno usi il governo B. per fare affari e conquistare
impunità sarebbe inammissibile: fortuna che B,
notoriamente alieno dagli affari e dall’impunità, sta
“sa ggiamente” provvedendo a fare pulizia. C’è da
augurarsi che il Pompiere della Sera non scopra mai
che B. ha più processi di Scajola, Brancher, Cosentino
e Verdini messi insieme: altrimenti potrebbe persino
sfuggirgli un “ohibò”.

4 Risposte to “L’ultimo spenga le luci – Editoriale di Marco Travaglio del 16 luglio – Anteprima”

  1. Derry luglio 16, 2010 a 7:08 am #

    Favoloso Marco, uno stimolo per tutti noi, grazie

  2. federico luglio 16, 2010 a 9:47 am #

    e pensare che un tempo il Corriere della Sera rappresentava la Bibbia del giornalismo, l’ABC dell’informazione corretta e veritiera; insomma un tempo si poteva dire : “l’ha detto la televisione…” o anche “sta scritto sul Corriere…” per avvalorare un’idea, un fatto; ora escluso il Fatto Quotidiano e Repubblica, non riesco a trovare mai la verità vera.

  3. robald luglio 16, 2010 a 12:41 pm #

    Bravo Marco, sempre lucido, conciso e chiaro come sempre!
    Ti aspettiamo a fine agosto a Rocce Rosse Blues, in Ogliastra, dove ti abbiamo apprezzato per quasi tre ore di fila lo scorso anno. Spero tanto che avrai argomenti “nuovi” da raccontarci…e è chiaro a cosa mi riferisco (di qui ad allora qualcosa di buono accadrà!)
    cordialmente

    • Anna luglio 17, 2010 a 8:29 am #

      Siamo partiti da Romolo e Remolo e siamo arrivati a Romolo Augustolo- Cesare Silviolo. Sembra che la cosiddetta seconda repubblica, nata all’insegna degli “olo”, stia collassando. Resta un’amara costatazione: è stata addirittura peggiore della prima e ha dimostrato che non soltanto Roma (imperiale, dittatoriale o repubblicana che sia), è ladrona.

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