Essere viola, dalle piazze di oggi all’Italia di domani – Il documento della convention

8 Dic

In questo anno, dopo il 5 dicembre 2009, il popolo viola ha conquistato nel Paese grande simpatia civile e politica. Milioni di cittadini hanno partecipato alle iniziative pubbliche del movimento, ai cortei, ai sit-in, alle mobilitazioni nazionali e locali in difesa della Costituzione, della libertà di espressione, della scuola pubblica, dei diritti del lavoro, della legalità e del principio di uguaglianza davanti alla legge.

La convention del 5 dicembre 2010 rappresenta solo un primo punto di approdo per la definizione di regole e obiettivi sistematici, a partire dalla lettura attuale del Paese per arrivare al ruolo presente e futuro di quella fetta di società civile che si è ritrovata insieme per la prima volta un anno fa.

E’ chiaro a tutti che il lento, faticoso e contrastato tramonto del dominio berlusconiano non porterà certo all’ora x in cui inizia un nuovo, radioso futuro di legalità costituzionale e di trasparenza politica. I giochi di Palazzo in corso – ad iniziare dalla compravendita di deputati – sono lì a testimoniarci che si sta andando con ogni probabilità verso un governo-avatar, con Letta o Alfano a Palazzo Chigi a fare da prestanome al Cavaliere (sempre che lui non riesca a strappare un Berlusconi bis).

L’andreottiano Letta, 75 anni, è stato dal 1987 e fino alla nascita di Forza Italia il lobbysta ufficiale di Berlusconi a Roma, il suo potentissimo ambasciatore nei palazzi del potere politico dc-psi e in Vaticano; su Alfano non abbiamo bisogno di dire altro rispetto al suo ruolo nelle leggi ad personam e nel Lodo che porta il suo nome e contro cui è scaturita la nascita del movimento.

Questo da un punto di vista strettamente di Palazzo. Se allarghiamo lo sguardo ai danni culturali del quindicennio berlusconiano e ai suoi effetti collaterali sul dna del paese – insofferenza alle regole, sdoganamento dell’estensione infinita dell’io, subcultura machista, dossierizzazione degli avversari, uso privato della cosa pubblica, xenofobia, chiusura delle finestre all’innovazione e al mondo per rintanarsi nella propria tana provinciale di ragazze scosciate e battute da bar – risulterà chiaro a tutti che ci troviamo di fronte ad un livello di devastazione culturale paragonabile ai bombardamenti di Dresda nell’estate del 1945.

In questo quadro devastato, fino a un anno o un anno e mezzo fa in Italia non c’era neppure una vera voce contro, una voce che proponesse o sognasse un modello politico e culturale radicalmente diverso. Il movimento Viola ha rappresentato il rinascere in Italia di un’opinione pubblica che al tempo era data per “morta” (Nanni Moretti, agosto 2008). Insieme, naturalmente, a tanti altri piccoli e grandi fermenti nati sia in Rete sia nelle città, da Valigia Blu alle Agende Rosse, dalle carriole de L’Aquila agli Ammazzateci Tutti, agli studenti, ai lavoratori colpiti dalla crisi economica, a Raiperunanotte e alla galassia di cittadini che oggi si identificano con la battaglia di Roberto Saviano.

Abbiamo un gruppo di potere politico-economico berlusconiano che dal post ideologico è passato al puro arraffo, ma resta impiantatissimo nei palazzi della capitale e capillarmente diffuso nei poteri e sottopoteri locali; abbiamo un berlusconismo subculturale che ha fatto presa trasversalmente dal nord al sud e in diversi blocchi sociali, per uscire dal quale ci toccherà lavorare per anni; e abbiamo un’opposizione politica ancora traccheggiante e pavida, ma soprattutto senza un modello condiviso di alternativa politica e culturale (dalla nuova legge elettorale, al conflitto d’interessi, all’energia, alla politica delle competenze, alla ricerca, alla redistribuzione del reddito, al diritto dei gay al matrimonio, alla legislazione del Web o sul fine vita).

Senza dire che anche all’interno di questa opposizione politica non mancano elementi di affarismo e occupazione del potere fine a se stessa che meriterebbero di essere combattuti proprio come i cascami berlusconiani: dalle lottizzazioni della Rai, ai troppi mascalzoni portati dai partiti in Parlamento. E poi – dall’altra parte rispetto a tutto questo – abbiamo un movimento d’opinione poliforme e plurale che in questi ultimi due anni è confusamente fiorito arrivando a dimostrare un potenziale straordinario (il 5/12, ma non solo) ma anche grossi limiti di elaborazione e influenza.

E allora, se la lettura è questa, cosa deve diventare il Popolo Viola se non la fetta più consapevole, attenta, preparata, studiosa, organizzata dell’opinione pubblica italiana? Se non uno strumento capace di rovesciare valanghe di idee, di “non si fa” e di “si fa”, di sì e di no, di contenuti e di idee sia sulla “classe politica” sia sul Paese, su chi nel Paese vuole ragionare in buona fede per migliorarlo secondo alcuni valori potenzialmente rivoluzionari. Un paragone improprio ma utile a capirci potrebbe essere quello con il Partito Radicale in Italia dalla nascita fino al 1976, quando poi ha deciso di entrare in Parlamento.

Ecco, appunto, il Parlamento. Ci si è molto divisi in questi mesi sul rapporto che un soggetto come il popolo viola può avere con i politici, con il Parlamento. La parabola Radicale (che qualcosa ha dato alla modernizzazione dell’Italia, negli anni Sessanta-Settanta) può esserci utile in questo senso. Il loro meglio i Radicali lo hanno dato prima di diventare gruppo parlamentare, riuscendo a svegliare il Paese sul divorzio e sull’aborto – conquiste che oggi non mette in discussione più nessuno – svegliando insomma un Paese che nel Dopoguerra era clorofomizzato dal dualismo conformista tra le due forze politiche dominanti, Dc e Pci; controllando con la forza dell’onestà intellettuale mescolata ad alcuni saldissimi principi ideali una classe politica che si stava divorando il Paese con il debito pubblico, il clientelismo, la spartizione, il clericalismo, la partitocrazia e così via.

In questo Paese nel 2010 c’è un gran bisogno di una fetta di opinione pubblica attiva, consapevole e culturalmente organizzata che si dia come compito il controllo del potere (e, al momento, dei passaggi di potere in corso, tutt’altro che scontati nel loro esito positivo). Che accompagni la durissima opposizione a un berlusconismo moribondo ma ancora radicatissimo alla capacità di incalzare sui valori civili e sociali i gruppi di potere vecchi e nuovi.

Ecco: tra la dettagliata sistematizzazione di un programma politico-partitico e l’emotivo “No B.” c’è in mezzo un territorio vastissimo di possibilità. Prima di tutto quella dell’elaborazione dei principi base su cui impostare questo ruolo di “fetta avanzata dell’opinione pubblica”: dalla società aperta all’economia della trasparenza, dalla politica delle competenze, all’inclusione delle fasce sociali sempre più deboli e disperate, dal precariato ai diritti civili tuttora negati, passando per la ricerca scientifica, l’investimento sul Web, la de-partitizzazione della Rai, l’etica della politica, la green economy e molto altro (il conflitto d’interessi, la legalità e la difesa della Costituzione sono già tra i pochi punti fermi). Possiamo essere la finestra spalancata di questo claustrofobico Paese, il suo pungolo continuo, il suo laboratorio di innovazione culturale e politica, e insieme il guardiano dei suoi avidi mascalzoni che sempre rinascono e rinasceranno sotto diverse forme.

Come sempre, dipende da noi.

Il popolo viola

6 Risposte to “Essere viola, dalle piazze di oggi all’Italia di domani – Il documento della convention”

  1. luisa dicembre 8, 2010 a 10:46 pm #

    ….si aspetta Godot?? tutto giusto e sacrosanto, ma quando e come?
    nota: perchè non sostituire “una politica delle competenze” all’orribile termine “meritocrazia” che fa a calci tra l’altro con la problematica alla quale è accoppiata!!?

  2. Isabella dicembre 8, 2010 a 10:48 pm #

    Bell’articolo, ma dov’è il documento? E’ per caso linkato da qualche parte?

  3. ProntaMente dicembre 9, 2010 a 9:27 am #

    Isabella cosa ti aspettavi una fotocopia di una patente? E’ quello che leggi il documento!

  4. Salvo Centamore dicembre 9, 2010 a 9:58 am #

    giochi di palazzo, lo scriverei con “palazzo”, minuscolo e non maiuscolo.

  5. Isabella dicembre 9, 2010 a 1:05 pm #

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