Viva il popolo della Cazzarola!

1 Feb

Scenderemo in piazza ancora, sabato 12 febbraio, e stavolta per mandarlo a casa. Faremo rumore con le nostre pentole vuote, con le nostre padelle vecchie e quel rumore risuonerà ovunque, da Torino a Palermo, da Trento a Roma, a Napoli, a Genova.

Sarà il fragore democratico del popolo della cazzarola. Cazzarola ricorda i cacerolazos argentini che “armati” di mestoli e coperchi hanno mandato a casa il governo del presidente De La Rua. E cazzarola è anche un’esclamazione di stupore, lo stesso cui questo governo ci ha abituato, giorno dopo giorno, offrendoci disastri e scandali che valicano il confine della più fervida immaginazione.

Scenderemo in piazza con le nostre cazzarole assordanti per chiedere a questo governo di lasciar perdere, di risparmiarci ulteriori scempi. E lo faremo da soli: senza sponsor, senza politici che aderiscono. E dovrà sentirci stavolta Berlusconi. E sentendoci dovrà esclamare: “Cribbio!”; anzi no, esclamerà: “Cazzarola”.

Viva il popolo della cazzarola!

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3 Risposte to “Viva il popolo della Cazzarola!”

  1. james febbraio 2, 2011 a 8:43 am #

    Democratico…ho i miei dubbi…dai sondaggi il 60% della popolazione voterebbe per la stessa coalizione che risiede ora al governo

  2. Edoardo febbraio 2, 2011 a 8:54 am #

    Una manifestazione di “presenza” democratica da parte dei cittadini è sempre una buona cosa!
    Bisogna accorciare la distanza con le istituzioni!

  3. Ulisse Scintu marzo 24, 2012 a 9:19 pm #

    LA RIFORMA DELL’ARTICOLO 18 – RIPERCUSSIONI ED EFFETTI NEGATIVI SU OCCUPAZIONE E DIGNITA’ UMANA E PROFESSIONALE DEI LAVORATORI.

    Di Ulisse Scintu

    Premesso che la funzione principale dell’art. 18 è quella di scoraggiare l’estromissione illegittima ed ingiustificata di lavoratori “scomodi o sconvenienti” dal circuito produttivo, ribadisco la necessità di NON ABOLIRE L’ART. 18, tanto meno depotenziarlo, con riforme incostituzionali e discriminanti che nulla hanno a che vedere con le reali motivazioni che impediscono la ripresa economica del paese.

    La riforma governativa dell’articolo 18, che il governo Monti argomenta dichiarando essere finalizzata a favorire l’aumento degli investimenti e dell’occupazione; avrà sicuramente efetti negativi sulla stablità occupazionale dell’aziende Italiane, che abusando delle nuove norme licenzieranno in maniera illecita e fraudolenta i lavoratori “scomodi”, per utilizzare il lavoro precario ed irregolare.

    Il progetto Fornero prevede l’eliminazione dell’obbligo di reintegrazione in caso di licenziamenti individuali o collettivi motivati con ragioni economiche che risultino insussistenti, mentre mantiene la tutela dell’art. 18 in caso di licenziamenti discriminatori.

    L’aspetto più contestato e ambiguo della riforma è quello concernente i licenziamenti individuali per ragioni economico-organizzative.
    Infatti, laddove il giudice riscontrasse l’insussistenza delle ragioni economiche, ad esempio: constatando l’avvenuta fraudolenta falsificazione dei bilanci da parte dell’azienda; è necessario evidenziare, che in virtù della depenalizzazione del falso in bilancio – norma introdotta nel 2002 dal governo Berlusconi – l’ azienda non verrebbe né sanzionata penalmente, tanto meno costretta alla reintegrazione dei lavoratori licenziati!!

    Una via di mezzo è prevista per i licenziamenti disciplinari nel senso che verrebbe lasciata al giudice, in caso di infondatezza degli addebiti, la facoltà di decidere se attribuire un’indennità economica oppure disporre la reintegra.

    Se il progetto governativo passerà, l’unica remora a simili comportamenti sarà costituita dal pagamento di un’indennità, di importo equivalente a quello che normalmente le aziende offrono come incentivo all’esodo. Ne potrà seguire un’ondata di licenziamenti sia individuali che collettivi. Per questi ultimi attualmente l’articolo 18 è applicabile ove le aziende non rispettino l’obbligo previsto dalla legge n. 223 del 1991 e dalla normativa comunitaria, di comunicare preventivamente e correttamente alle organizzazioni sindacali le ragioni del provvedimento e di applicare razionali criteri di scelta.

    Eliminato l’articolo 18, le aziende, in caso di riduzione del personale, saranno sostanzialmente libere di precludere alle organizzazioni sindacali il diritto all’informazione e di ridurre il loro ruolo a quello di testimoni impotenti (cosa che purtroppo già avviene in moltissimi casi). Con buona pace per i principi di trasparenza, dei quali il Governo si dichiara portatore.

    Per quanto concerne i licenziamenti discriminatori, la riforma governativa, pur affermando di voler mantenere l’applicazione dell’articolo 18, offre alle aziende la possibilità di camuffarli con ragioni organizzative e quindi di contenere il rischio nei limiti del pagamento di una indennità. Il lavoratore che intenda provare in giudizio la discriminazione subita dovrà affrontare notevoli difficoltà.

    In materia disciplinare la discrezionalità della decisione fra reintegrazione e indennità renderà aleatorie le conseguenze di una vittoria in giudizio. Anche questo indurrà i lavoratori a riflettere prima di far valere i loro diritti nei confronti dell’azienda.
    A ciò si aggiunga che la lentezza della giustizia del lavoro in quasi tutti i grandi centri giudiziari agevolerà le aziende nell’ottenere, con tattiche defatigatorie l’adesione dei lavoratori a transazioni svantaggiose.

    Una elementare esigenza di equità impone al Governo di impegnarsi con adeguate misure organizzative, affinché l’attuale legge sul processo del lavoro venga correttamente applicata così da assicurare una decisione nei tempi previsti dal legislatore del 1973: tre-quattro mesi in primo grado ed altrettanti in appello. Ciò è possibile come è dimostrato dall’esperienza torinese.

    Inoltre se si vorrà veramente lottare contro i licenziamenti discriminatori occorrerà munire il giudice di penetranti poteri di indagine da esercitare anche d’ufficio.
    Infine dovrà assicurarsi il rispetto delle decisioni giudiziarie, mediante l’effettiva applicazione di sanzioni penali a carico di chi si sottragga alla loro esecuzione.

    Ulisse Scintu

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